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Stanza 9: La stanza del silenzio (a cura di Alberica Bazzoni)

Tipologia Stanza

Titolo

Stanza 9: La stanza del silenzio (a cura di Alberica Bazzoni)

Che cos'è

In questa stanza esploriamo il tema del silenzio e del suo ruolo fondamentale nel contesto delle auto-narrazioni di persone immigrate Da un lato, il silenzio può essere una forma di afasia risultante dal trauma, con la sua forza distruttiva della capacità di parola; dall’altro, il silenzio è anche una forma di resistenza e autoaffermazione, a tutela del proprio mondo privato. A questo proposito, è importante tenere conto del fatto che per molte persone che migrano richiedendo lo status di rifugiati o rifugiate o che sfuggono alla tratta, tale processo richiede un passaggio obbligato dal riconoscimento giuridico della veridicità della propria versione dei fatti. Le persone sono costrette a raccontare la propria storia davanti alle autorità giudiziarie, al fine di convincerle di “meritare” il diritto di asilo. Autorità che spesso ascoltano in cerca delle incongruenze, pronte a cogliere in fallo la persona sempre sospettata di mentire. Non solo la persona che chiede asilo deve esporre la propria storia a un ascolto giudicante invece che accogliente, strutturandola sulla base delle aspettative delle autorità e non sull’espressione di sé; è anche costretta a ripetere nel dettaglio gli eventuali abusi e violenze a cui è stata sottoposta e che rischia si ripetano in caso di espulsione. In questo modo, il racconto ha un effetto spersonalizzante e potenzialmente ri-traumatizzante: la persona è vista solo come vittima, e non come soggetto. Al contrario di questi contesti normativi, è allora importante fornire uno spazio di parola che contempli anche il silenzio. Rifiutare di rispondere a una domanda, di reagire a uno stimolo, di partecipare a un’attività, può costituire un’affermazione di soggettività tanto forte quanto il racconto stesso. Dentro il silenzio si può celare la propria intimità, così come il bisogno di proteggersi dal proprio stesso dolore. Il silenzio non è una barriera da forzare, ma un elemento del racconto da ascoltare e onorare.

Contenuto

Questa stanza contiene delle indicazioni di metodo relativamente al ruolo del silenzio nel contesto di laboratori di storytelling con donne immigrate, insieme ad attività e materiali che favoriscono un lavoro sul racconto a partire da spunti indiretti che non violano il silenzio, senza rinunciare a instaurare una relazione fondata sulla parola. In questa stanza si possono trovare anche degli estratti di testimonianze di donne che hanno preso parte alle attività dei laboratori, e di interviste con mediatrici interculturali che condividono le proprie esperienze e riflessioni sul rapporto fra trauma, silenzio e storytelling nel lavoro di mediazione.

Utilizzo

I laboratori di storytelling, all’interno dei quali queste attività si inseriscono, si prestano a essere realizzati in contesti di accoglienza e in contesti sociali multiculturali al fine di instaurare una relazione più approfondita ma non invasiva e fornire uno spazio di espressione libero alle partecipanti. Sollecitando un racconto senza imporlo, queste attività sono adatte a contesti in cui il silenzio può avere una funzione riparatrice tanto quanto la parola, specialmente nei casi in cui le persone siano dovute passare attraverso il racconto forzato nel processo giudiziario della richiesta d’asilo: il silenzio segnala allora dove una persona vuole e dove non vuole spingersi. Anche veder rispettato il proprio silenzio può costituire un riconoscimento di soggettività.