Strumento 1: Attività del laboratorio di storytelling: “Pensa a un oggetto”
Titolo
- Strumento 1: Attività del laboratorio di storytelling: “Pensa a un oggetto”
Descrizione
Questa attività si colloca nel contesto dei laboratori di storytelling per donne immigrate. I laboratori sono pensati in un ciclo di 3 o 4 incontri, indicativamente a cadenza settimanale, e possono svolgersi in gruppo, individualmente, o una combinazione delle due, e possibilmente accompagnati da una figura di mediatrice interculturale. Questa attività consiste nel proporre alle partecipanti di pensare a un oggetto per loro significativo, che hanno portato con sé dal proprio paese, o che avrebbero voluto portare e non hanno potuto. Per tenere l’attenzione su un dato concreto, si può mettere al centro l’immagine di una valigia o, ancora meglio, di uno zaino (per chi affronta il viaggio con mezzi di fortuna, e magari l’attraversamento dei confini balcanici o del Mediterraneo, lo zaino è un’immagine fortemente rappresentativa del viaggio). Si può anche chiedere di portare fisicamente tale oggetto nell’incontro successivo, o di disegnarlo se non c’è più, così da dare tempo per pensarci, e poi raccontare la storia di quell’oggetto e cosa significa averlo con sé, o averlo perduto. Uno sviluppo ulteriore di questa attività consiste nel domandare di parlare di un oggetto o un luogo particolarmente significativo nel presente, legato al paese d’arrivo.
Istruzioni e Modalità di utilizzo
Questa attività stimola in modo indiretto un racconto che collega le proprie origini, l’esperienza migratoria e l’arrivo nel nuovo paese, esercitando il filo della memoria e tracciando una connessione fra il prima e il dopo. Il focus su un oggetto concreto – che può essere un abito, i diplomi, le foto di famiglia, un regalo ricevuto, le chiavi di casa, un testo sacro (per fare degli esempi reali tratti dai laboratori) – permette di ancorare la propria esperienza a un dato materiale, fungendo da catalizzatore di aneddoti e di racconti e collocandoli in un tempo e in uno spazio precisi. La scelta dell’oggetto porta in primo piano gli attaccamenti identitari, affettivi e memoriali della persona, ciò che rappresenta la propria storia. Le foto di famiglia, per esempio, aprono al racconto intergenerazionale della propria provenienza, la storia del luogo da cui si viene, i genitori, i nonni: d’altro canto, gli abiti stimolano un raffronto fra il senso di sé prima e dopo la migrazione, o a cavallo del proprio paese d’origine e quello di arrivo nel caso ci sia la possibilità di viaggiare tra i due, e ha speciale rilievo laddove i codici di abbigliamento siano molto diversi. La possibilità di parlare di un oggetto o un luogo del presente, poi, facilita un racconto incentrato sull’elemento della ricostruzione identitaria, mettendo in evidenza attraverso dei dati materiali l’ancoraggio (o disancoraggio) del sé al contesto in cui si vive oggi.
Riferimenti bibliografici e approfondimenti
Bazzoni, A. (2026), Laboratori di storytelling con donne immigrate: metodi, attività e materiali, in T. de Rogatis, A. Bazzoni, A. Sgaglione, Benessere Lingue Migrazioni. Metodi integrati tra medicina narrativa e storytelling in un protocollo linguistico (edizione bilingue italiano-inglese), Siena, Studi e ricerche (edizione open access Università per Stranieri di Siena).
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Calabrese S., Conti V., Fioretti C. (a cura di) (2022), Che cos’è la medicina narrativa, Roma, Carocci.
Cavarero A. (1997), Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Milano, Feltrinelli.
Charon R. (2019), Medicina narrativa. Onorare le storie dei pazienti, traduzione di Christian Delorenzo, Milano, Raffaello Cortina Editore.
Eakin J. P. (1999), How Our Lives Become Stories: Making Selves, Ithaca-London, Cornell University Press.
