Stanza 8: La stanza del trauma (a cura di Alberica Bazzoni)
Titolo
- Stanza 8: La stanza del trauma (a cura di Alberica Bazzoni)
Che cos'è
La stanza del trauma ci mette in contatto con l’esperienza traumatica, in particolare in relazione alla migrazione, ispirandosi ai principi della medicina narrativa. Il trauma, dal greco ‘ferita’, si caratterizza per il fatto di produrre una frattura nella capacità cognitiva ed emotiva di organizzare la memoria, talvolta perfino di accedervi. Congela o dissocia le risposte emotive, confonde i tempi e gli spazi, e insorge attraverso sintomi spesso difficili da decifrare. È quindi un’esperienza angosciante di perdita del senso di sé: ci sottrae la nostra soggettività, ci priva della nostra storia.
Nel caso dell’esperienza migratoria, e in particolare della migrazione forzata – per motivi economici, politici, per salvarsi dalla guerra o perché vittime di tratta – alla perdita traumatica della propria storia si aggiungono spesso la barriera linguistica e una condizione di disorientamento e marginalità, che pongono la persona immigrata in una posizione in cui è molto difficile riconoscersi e prendere la parola come soggetto. La migrazione provoca un urto con una realtà nuova e diversa, mentre ci si lascia indietro le coordinate abituali di interpretazione del mondo e non si padroneggiano ancora quelle del paese di arrivo. Chi si era prima di partire perde di importanza agli occhi del nuovo contesto, che stabilisce gli standard a cui aspirare, delimita gli spazi che è legittimo occupare e preme per l’assimilazione o, viceversa, minaccia l’espulsione. Alla frattura interiore corrisponde così una frattura nell’ambiente circostante, che è difficile riconoscere e in cui è difficile riconoscersi.
I fattori che minacciano la soggettività della persona che migra sono spesso aggravati per le donne. Che siano vittime di tratta, rifugiate in fuga dalla guerra, dalle persecuzioni e dalla povertà, in cerca di opportunità economiche o culturali, con o senza le proprie famiglie accanto, le donne immigrate raramente sono rappresentate e ascoltate come soggetti con una propria voce e un proprio percorso di vita, cosa che rende più difficoltoso anche per loro stesse pensarsi come narratrici e protagoniste al centro della propria storia.
Contenuto
In questa stanza vengono illustrati approcci, attività e materiali per sviluppare dei laboratori di storytelling con donne immigrate. Tali strumenti sono pensati per facilitare l’emersione di nodi traumatici da parte delle partecipanti, senza interrogarli direttamente e spostandoli su un piano narrativo e immaginativo. Tali attività si fondano sull’utilizzo di spunti discorsivi più o meno diretti, all’interno della cornice flessibile, non estrattiva e non normativa dei laboratori, in cui le partecipanti possano esprimersi liberamente e trovare accolta la propria parola in uno scambio improntato alla relazione e alla reciprocità. Sono inoltre riportati degli estratti di testimonianze di donne che hanno preso parte alle attività dei laboratori.
Utilizzo
I laboratori di storytelling si prestano a essere realizzati in contesti di accoglienza e in contesti sociali multiculturali al fine di instaurare una relazione più approfondita ma non invasiva e fornire uno spazio di espressione libero alle partecipanti. Le attività qui proposte sono strutturate secondo un approccio indiretto ai traumi che si accompagnano all’esperienza migratoria, ispirato ai principi della medicina narrativa. Un’applicazione particolarmente efficace riguarda le persone che hanno dovuto sottoporsi a un processo di richiesta di asilo, in cui il racconto traumatico è sollecitato forzatamente in vista dell’ottenimento dell’asilo. Raccontare la propria storia in uno spazio strutturato, ripetuto, protetto e svincolato da qualsivoglia obbligo o regola può costituire uno strumento potente per articolare il trauma migratorio, in contrasto con la violenza simbolica del procedimento giuridico, e rafforzare il senso di sé attraverso la facoltà narrativa e immaginativa.
